giovedì 9 ottobre 2008

Ogni promessa è debito

Uhm. 27 Marzo, ne è passato di tempo dall'ultimo post, e avevo pure annunciato scoppiettanti novità ai tempi. My Bad.

In ogni caso, ho promesso ad alcuni amici (vecchi e brutti) che avrei riaperto i battenti, e come dice il titolo, è tempo di saldare il debito. Avrei dovuto farlo qualche giorno fa, ma ovviamente 1) non ne avevo voglia 2) non ricordavo le chiavi di accesso al blog 3) sto disertando le sale ultimamente e 4) non ne avevo voglia.

Ho provato con tutte le mie forze, ma non credo di essere in grado di scontare la penitenza imposta dagli amici di cui sopra, ossia recensire Babe Maialino Coraggioso. Mi inventerò qualcosa. Per adesso fatevi bastare questo timido ritorno, ieri sera sono stato al cinema quindi qualcosa salterà fuori a breve.

Saludos.

giovedì 27 marzo 2008

The Bourne Ultimatum


Siccome ormai a Hollywood non sei nessuno se non hai fatto almeno una trilogia, ecco arrivare il terzo capitolo delle peripezie di Jason Bourne in cerca dei suoi ricordi, che gli sono strappati dalla C.I.A. durante l'addestramento sperimentale che lo ha reso una perfetta macchina assassina.

Il liet-motiv della pellicola è sostanzialmente lo stesso, ambientazioni affascinanti e tanta azione in giro per le più suggestive città europee. Questa volta però il ritmo risulta molto più serrato, lasciando poco spazio a tutto ciò che non sia una sparatoria, un combattimento corpo a corpo o una cospirazione. Resta quindi poco da dire sulla storia in sè, in linea con gli altri due capitoli.

Ciò che invece salta agli occhi è l'altissima qualità delle scene d'azione, portate all'estremo in un gioco di spazi ed inquadrature in cui la macchina da presa si muove con assoluta lucidità. La frenesia dell'azione riesce perfettamente a farci entrare in empatia con il protagonista, un Matt Damon sempre puntuale e che ormai è completamente a suo agio nel ruolo di Jason Bourne.

In definitiva, se tecnicamente questo risulta senza dubbio essere il migliore dei tre per complessità e resa sullo schermo, sotto il profilo prettamente narrativo stenta, rivelandosi un po' un clone degli episodi precedenti. Del tutto naturale ed assolutamente ininfluente se si è visto The Bourne Identity e The Bourne Supremacy, un po' meno se si è nuovi a questa saga, caso in cui potrebbe essere più difficile calarsi completamente nella storia.

Un ottimo prodotto comunque, un must per tutti i fan dell'azione adenalinica.

Leoni per Agnelli


Si diceva una volta (a ragione) che gli Americani utilizzassero il cinema come primo strumento di propaganda. Gli anni'80 ne sono un esempio lampante: mentre Rocky era intento a concretizzare il sogno americano, Rambo distribuiva bellamente alte dosi di democrazia in giro per il mondo, e tutti eravamo contenti di questi yankees duri ma giusti.

Il mondo ha fatto qualche giro in più intorno a sè stesso da allora, e Michael Moore ci ha fatto scoprire un'altra faccia, quella lercia, degli States. Rispetto a quest'ultimo Robert Redford compie un ulteriore passo avanti, confezionando sì un film apertamente schierato, ma senza la malizia e la beffarda compiacenza del panciuto documentarista.

Tre storie diverse, tre mondi distanti tra loro, uniti dal filo sottile del binomio potere & cultura che tutto può, vuole e deve. Al centro l'Afghanistan, ed una guerra che sta finendo tristemente per assomigliare sempre più al Vietnam.
Ci sono tutti gli elementi di rito, dal senatore ambizioso, primo del suo corso a Westpoint, che crede di avere la soluzione per vincere la guerra, alla giornalista scettica ed afflitta dai rimorsi per il comportamento dei media. C'è il professore universitario che cerca di risvegliare coscienze sopite, e che finisce per indirizzare involontariamente due suoi studenti verso il reclutamento, e la guerra.

Una storia di confronti che, pur partendo con premesse di onestà, finisce purtroppo per cadere un po' nello stereotipo, girandosi per una buona ora su stesso, in bilico tra la denuncia sincera e il già visto.
Stilisticamente Redford ancora una volta da prova di grande sobrietà espressiva, confezionando un prodotto elegante e senza sbavature, anche grazie all'apporto del cast, in cui spiccano un Tom Cruise inusuale ma molto reattivo ed una Meryl Streep energica e sempre nel ruolo.

Un film riuscito soltanto a metà, ma comunque valido rispetto alla massa di stupida ipocrisia propagandistica che circola sull'argomento.

mercoledì 26 marzo 2008

Le Conseguenze dell'Amore


Noto soltanto oggi, non senza una vena di triste consapevolezza, che in questo spazio non avevo ancora ospitato pellicole italiane. Non è questo il momento nè il post(o) adatto a discutere dello stato del cinema italiota, vi basti sapere che la mia opinione sul nostro cinema contemporaneo è quantomai critica ed ormai disillusa.

Colgo quindi l'occasione per scrivere un po' di questo secondo lavoro del regista napoletano Paolo Sorrentino, un autore che, se questo fosse un paese serio, dovrebbe essere la punta di diamante del settore. Ancora una volta, dopo l'ottimo esordio L'uomo in più, il regista si misura con la storia di uomo alle prese con sè stesso. Senza arroganza ma con molta classe ed una tecnica decisamente fuori dal comune, Sorrentino riesce a mettere in piedi un noir sobrio ed elegante al punto si sembrare (volutamente) scarno ed asciutto.

La storia di Titta Di Girolamo, contabile della mafia in Svizzera, è raccontata con cinica lucidità, grazie ad una fotografia e alla scelta di inquadrature sapienti, con l'immobilità a farla da padrona. Per una volta un autore italiano sceglie la via del silenzio, in questo marasma di banalità giovanil-sociologiche e di stupidità urlata, c'è qualcuno che riesce semplicemente a mettere in scena un paradigma, che, per quanto banale, viene trattato in assoluta onestà. Ad ogni azione corrisponde una reazione.

Ma per una volta, e con mio grande piacere, possiamo discutere del come questo messaggio venga veicolato. Sorrentino regista tecnicamente ineccepibile, raffinato e mai banale, cosparge questa pellicola di rimandi e citazioni senza mai esagerare, sempre in bilico tra l'esteticamente bello e il funzionale. Un Toni Servillo monumentale, tra un silenzio e uno sguardo, completa l'opera.

Consigliato a tutti coloro che come me, sono stanchi del cinema italiano di oggi, vi assicuro che sarà una piacevole sorpresa e una corroborante boccata d'aria fresca.

martedì 18 marzo 2008

L'Arte del Sogno


A poche settimane dall'uscita del nuovo film di Michel Gondry, Be Kind, Rewind (grazie per la soffiata, Gab) mi è sembrato giusto scrivere un po' di questo La Science Des Reves, lavoro ottimo del regista francese che dopo Eternal Sunshine of the Spotless Mind si è confermato come uno dei più talentuosi cineasti in circolazione.

La sfida era ambiziosa, a ben vedere, misurarsi con una pellicola così inusuale senza l'apporto del geniale Charlie Kaufman alla sceneggiatura. Ma può tranquillamente considerarsi una scommessa vinta. Ancora una volta Gondry stupisce con la sua abilità creativa sopra le righe, e la capacità di tenere in piedi un impianto narrativo di altissimo livello.
Rispetto a Eternal Sunshine of the Spotless Mind l'elemento fantasticamente onirico è ancora più accentuato, anche perchè se nel primo erano le linee temporali a sovrapporsi continuamente, stavolta tocca a sogno e realtà destrutturarsi a vicenda per comporre
un continuum alieno e surreale ma mai senza senso (perchè il sogno, nel titolo originale, è scienza).

La realtà (realtà?) viene quindi dipinta dagli occhi di Stephane, un ragazzo timido, un po'
disegnatore un po' inventore (di mondi?) mentre tenta disperatamente di conquistare la sua controparte Stephanie, che è drammaticamente diversa e uguale a lui.
In questo senso il ritorno a casa del protagonista (dal Messico a Parigi, dopo la morte del padre) risveglia una vena fanciullesca che finisce per plasmare il suo mondo, fatto di nuvole d'ovatta e cavalli di pezza. Ma ciò che davv
ero è strabiliante è la continuità che il regista riesce a dare ai due stati del protagonista, il sonno e la veglia, che si intersecano "liberamente" in quel meraviglioso studio televisivo di cartone che è la mente, che rovescia e riscrive tutte le insicurezze e le angosce.

Gondry si conferma cineasta-esploratore, sempre attento a tutto ciò che si muove sottotraccia all'interno dell'essere umano, e straordinario nella capacità di metterlo in scena in un modo che paradossalmente riesce sempre a risultare naturale ed artefatto insieme ("ci vuole ordine nel ricreare il caos"). Aspettiamo trepidanti il suo nuovo lavoro, annunciato nelle sale italiane per l'11 Aprile.

sabato 15 marzo 2008

Io sono Leggenda


In questo post sono presenti riflessioni relative, oltre alla pellicola in sè, al romanzo che lo ha ispirato, ed al finale "alternativo" da poco in rete. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Nella New York del 2012, dopo che un virus ha sterminato il 90% della popolazione mondiale e trasformato la maggior parte dei sopravvissuti in mostri/vampiri che escono solamente con il buio della notte, un uomo rimasto solo tenta di perfezionare un siero in grado di guarire questa terribile malattia, catturando le vittime del virus ormai in condizioni di bestialità e sperimentando su di essi.

A ben vedere le premesse di questa pellicola sono enormi, così come lo sono quelle del romanzo da cui è tratto. In questo, il film è da considerarsi pienamente riuscito. Will Smith, ormai attore di un certo spessore, si cala in un ruolo complicato, quello di dover reggere praticamente da solo (se escludiamo i vampiri e qualche flashback) l'intera narrazione. Il regista Francis Lawrence ed una sceneggiatura ben congegnata lo aiutano molto nell'accentuare il senso di solitudine e alienazione che lo accompagnano, e nel descrivere la nuova quotidianità cui è sottoposto/condannato. Anche le scenografie spettacolari meritano una menzione speciale.

Le giornate sono lunghe e per molti versi un lento stillicidio senza via di scampo, e lo stesso protagonista è molto bravo nel far intravedere quella fragilità psicologica inevitabilmente causata da questa sorta di cattività, che si esplica nel momento in cui entra in contatto con altri esseri umani dopo molto tempo.

Quello che manca invece, e in cui il film è penosamente banale, è il rovesciamento finale che fu il vero punto di forza del romanzo di Richard Matheson. Nel finale che abbiamo visto al cinema, il protagonista trova finalmente una cura, e sacrifica la sua stessa vita perchè altri due sopravvissuti possano portarla in una finora sconosciuta comunità di sopravvissuti immuni al virus. In questo modo Robert Neville/ Will Smith diviene leggenda. A ben vedere però, questo finale finisce per mancare di senso, e lasciare in sospeso molti elementi che finiscono per sembrare buttati lì a caso ("Guarda papà, una farfalla!"). Nonostante la morte del protagonista questo finisce per essere il classico lieto fine. La comunità di sopravvissuti esiste, e tutto potrà tornare come prima. Stona.

Circola da poco in rete invece un filmato relativo ad un secondo finale, girato e poi sostituito. Potete trovarlo abbastanza facilmente con Google.
Stavolta il protagonista non muore, perchè invece di immolarsi per salvare i suoi nuovi compagni decide di affrontare i vampiri, ma nonostante ciò il finale è ben meno lieto. Tra gesti e urla ("Guarda papà, una farfalla!") Robert Neville riesce a capire che i vampiri si sono dati un'organizzazione sociale, e vedono lui come un mostro, che di giorno li cerca per ucciderli mentre sono vulnerabili, e li tortura per condurre i suoi esperimenti. Firmano così una sorta di tregua, e i tre (normali?) abbandonano New York lasciandosi alle spalle un messaggio radio senza sapere se la fantomatica comunità di sopravvissuti esista veramente, ma con la sola speranza di non essere soli.

E' un rovesciamento "light" rispetto al romanzo,di cui evito di parlare troppo approfonditamente per non guastarvi troppo la lettura, ma comunque molto più in linea con gli sviluppi della vicenda.

In definitiva un prodotto interessante e godibile, che consiglio per la sua originalità nel trattare un tema fondamentalmente abusato, e per la bravura complessiva della macchina produttiva. Peccato per il finale.


The Fountain - L'Albero della Vita


Dover sintetizzare questo film in una sola parola è fin troppo semplice:

Brutto.

Darren Aronofsky, dopo aver raggiunto il successo con una pellicola tanto bella quanto pesante, Requiem for a Dream, estrae dal cilindro questi 96 minuti presuntuosi e sconclusionati, la ricerca della vita eterna portata avanti parallelamente su tre fronti, tre linee temporali, lo stesso archetipo del cercatore ossessionato, uno Hugh Jackman che se funziona nei panni del conquistador Tomàs finisce per essere trascinato a fondo insieme alla pellicola nei panni del ricercatore Tommy, e di Tom (astronauta? illuminato? Buddha?).

I rimandi sono grossolani, dalla Bibbia alle antiche credenze Maya, dal Buddhismo alle correnti New Age. Pessime e scontate anche le trovate stilistiche in fase di scrittura, abusate e ridondanti. Di alberi che secernono una linfa-sperma che feconda qui e là, e scimmie spaziali operate al cervello ne abbiamo già viste troppe.

Quello che di buono rimane è la volontà interessante del regista di non perseguire una strada lineare, di annodare storie e personaggi senza soluzione di continuità, ed una fotografia cromaticamente interessante, adatta in linea generale all'operazione in questione. Ma alla fine della fiera è davvero poco.

Hooligans


"I'm forever blowing bubbles! Pretty bubbles in the air! They fly so high they reach the sky..."

Un americano di buona famiglia viene espulso da Harvard per un problema di droga di cui è stato ingiustamente accusato, e si trasferisce in Inghilterra, entrando in stretto contatto con gli Hooligans del West Ham. Confesso che la sinossi non è molto invitante, ed il fatto che il protagonista sia Elijah Wood (Frodo de Il Signore degli Anelli) funziona da deterrente più che da stimolo per la visione.

Opera prima della regista tedesca Lexi Alexander, questo Hooligans presenta molti spunti interessanti. L'idea del corpo estraneo innestato a forza in un ambiente sconosciuto ed ostile funziona, e i pestaggi sono girati con la giusta dose di realismo ed un ritmo quasi "videoclipparo".

Elijah Wood rende molto di più nella parte iniziale del film, grazie alla sua aria perennemente intimorita e assente, rispetto alla seconda in cui dovrebbe in teoria mostrare aggressività e fiducia in sè stesso, ma finisce inevitabilmente per risultare forzato e poco credibile nella parte del duro. Il resto del cast è azzeccato, e la pellicola riesce a dipingere in modo funzionale l'atmosfera e il background del tifo britannico, dai cori alle serate al pub che scorrono via insieme a fiumi di birra.

Il punto dolente del film è essenzialmente il sottotesto etico che emerge dopo la visione. Il messaggio è banale e per certi versi squallido, viene privilegiato sopra ogni cosa lo spirito di corpo e l'amicizia "di sangue" dei gruppi organizzati, come se bastasse una rissa per risolvere ogni problema. Vengono messi in risalto l'onestà e i gesti di amicizia tra i componenti, che però finiscono per banalizzare il concetto di fondo, accentuando semplicemente i classici elementi portati a supporto solitamente per giusticare le violenze di questi gruppi.

Un peccato per una pellicola tutto sommato interessante e scorrevole, che parte ponendosi interrogativi interessanti ma si perde strada facendo.

giovedì 13 marzo 2008

Dolls


Probabilmente è il senso di colpa per questa inaspettata deriva "puro intrattenimento" che sta prendendo questo spazio, ma per bilanciare un po' il conto ho deciso di prendere in esame questo stupendo film di Takeshi Kitano passato sotto silenzio, che i nostri compatrioti hanno pensato bene di non premiare a Venezia, a favore del mediocre ma "socialmente rilevante" (che novità...) Magdalene.

Kitano mette in scena tre storie d'amore, tragiche e impossibili. Si apre con uno spettacolo di burattini che è pura metafora visiva, e si presta da introduzione per lo spettatore, lo prende per mano e disegna il mondo in cui i personaggi si muoveranno per il resto della narrazione. Quelli di Dolls sono personaggi surreali, pazze marionette in un universo grigio e ripetitivo. Ma che siano legati da una corda/cordone ombelicale, che si accechino per avere per sempre vivida nella mente l'immagine dell'amata, o vecchi yakuza in cerca dell'antico amore, sono gli unici liberi, nel mondo di oggi stereotipato e dominato dalla routine.

Un viaggio dentro e fuori la condizione umana, un haiku sussurrato e spesso fatto di silenzi, Kitano esplora l'amore in ogni suo significato, sganciandosi da ogni possibile vincolo razionale, anche quello verbale o temporale. La narrazione è sospesa ed aperta alla creazione di sempre nuovi significati, l'unica ancora alla razionalità resta la voce narrante, manovratore della locomotiva in questo viaggio.

Kitano anche stavolta riesce laddove è maestro, ossia nel rappresentare filmicamente senza farsi ingabbiare nel cinema di genere, ma anzi piegandolo ai suoi scopi. Dolls è un'opera vivida ed evocativa, un vero must per tutti gli appassionati, ed una piacevole esperienza per chi vuole avvicinarsi al cinema di questo cineasta.

mercoledì 12 marzo 2008

Dead or Alive


Non avevo intenzione di scrivere oggi, nè tantomeno mi sarei sognato di parlare di questo film tre ore fa. Ma sono in vena di leggerezza...e poi parliamoci chiaro: donne bellissime in bikini microscopici che si pestano per un'ora e mezza? C'è davvero bisogno che dia delle motivazioni?

Le premesse sono classiche, c'è un torneo di arti marziali da vincere per riscuotere un ricchissimo premio insieme al titolo di "combattente più forte del mondo". Lo so, vi sta tornando in mente Mortal Kombat, ed avete paura di continuare a leggere. E' comprensibile. Tuttavia, nonostante i pregiudizi che hanno accompagnato la mia visione, questo film sta in piedi. Chiariamoci, non è un titolo di cui avremmo sentito la mancanza, ma a differenza della maggior parte dei film tratti da videogiochi/fumetti, la produzione è riuscita ad intuire gli aspetti su cui conveniva battere, riuscendo a sfornare un blockbuster scorrevole e senza pretese. Il regista Corey Yuen, che per chi non lo sapesse è lo stesso dell'ottimo The Transporter, riesce a far ruotare gran parte della pellicola intorno a scontri coreograficamente divertenti, tra una citazione un po' bislacca e l'altra, limitando gli intrecci narrativi al minimo indispensabile. Molto divertente, in questo senso, la parte iniziale del film, introduzione in puro stile videogame.

Il resto sono naturalmente le bellissime attrici, tra cui va segnalata l'esordiente Holly Valance, che si dimenano con una certa abilità strette in abitini e bikini mozzafiato.

A conti fatti un buon modo per mettere sul grande schermo questo picchiaduro di succeso per PlayStation. 87 minuti senza pretese, se vi interessa un po' di divertimento con contorno di bellezze al bagno.

martedì 4 marzo 2008

Er Barcarolo va....



John Rambo. Mica si scherza.

Stallone piazza un uno-due e dopo Rocky Balboa torna ad indossare i panni del suo secondo alter-ego cinematografico, per chiudere il cerchio e fare finalmente i conti con il passato. Certo, le premesse sono ben diverse, questo film va ad inserirsi in un
contesto avulso ai precedenti, al timone non c'è più Ronald Reagan, e gli americani non sono più i baluardi della libertà intenti a contrastare i Rossi e le loro ambizioni di dominio , nemmeno agli occhi degli stessi Yankee.

Per questo, probabilmente, il film parte con un paio di citazioni tra il sociale e il pietoso, ed una impostazione dal taglio documentaristico che illustra le (verissime) atroci condizioni in cui versa il popolo Birmano. Trenta inutili minuti di mielata sensibilizzazione sociale, banali e controproducenti per una pellicola come questa che mai avrebbe dovuto avere pretese pedagogiche.
Allo stesso modo anche la pretesa di realismo così affannosamente cercata nella prima parte viene tradita nella seconda, in cui, secondo il classico canovaccio della serie, Rambo rinuncia alla non-belligeranza, molla il suo barcone con cui si guadagna da vivere per tornare nella mischia, e con l'aiuto del fido arco e di un M-60 fa letteralmente a pezzi un plotone intero dell'esercito Birmano.

Questa seco
nda parte è un viaggio nella macchina del tempo. Finalmente viene abbandonato ogni altro scopo che non sia l'intrattenimento puro, e porta lo scontro sul terreno che più gli compete. Si torna a vedere, anche se per l'ennesima volta, il nostro angelo vendicatore disgregare a livello subatomico ogni singolo essere vivente nel raggio di chilometri, incurante del pericolo e del dolore, guidato dall'unico scopo di ristabilire l'equilibrio turbato da chi ha invaso il suo spazio vitale.

Certo, si torna inevitabilmente nello stereotipo suo e dei suoi compagni per l'occasione, mercenari inglesi brutti sporchi e cattivi (tranne l'immancabile giovane cecchino duro dal cuore d'oro) ma va bene così, perchè è questo che volevamo vedere.

Volevamo vedere ancora una volta John Rambo così come ci aveva lasciati, duro e puro, un demone mandato per ironia della sorte a salvare un gruppo di missionari. E per un'ora abbondante ci siamo riusciti. E dopo averci salvato per tanti anni, il finale dona finalmente un po' di speranza al nostro reduce preferito, che chiude con il passato e, sulle note del sempre evocativo motivo della serie torna nell'Ohio, con gli stessi jeans e giacca militare di tanti anni fa, per vedere se finalmente qualcosa è cambiato anche per lui.


lunedì 4 febbraio 2008

Cloverfield



Cosa è più deteminante per il successo di un film, il marketing o la qualità della pellicola?

J.J. Abrams, storico produttore di serie di culto come Alias e Lost, si è impantanato in questo bivio. Definire la campagna pubblicitaria ingegnosa è probabilmente sminuirla. Misteri, cause intentate ai presunti "spioni", e viral marketing come se piovesse. Ovunque in rete si trovano finti spezzoni di telegiornali di tutto il mondo abilmente ricostruiti, e fantomatici avvistamenti di creature abissali, con tanto di petroliere distrutte.

Allo stesso modo, anche la pellicola parte con le migliori intenzioni. Un film su un mostro sconosciuto che attacca Manhattan mettendola a ferro e fuoco è una vera sfida. Girarlo in maniera convezionale avrebbe significato sicuramente cadere nello stereotipo, e creare l'ennesimo clone di Godzilla (o di un qualsiasi film di Micheal Bay).

Così il regista Matt Reeves ha optato per la camera a mano. Il film in pratica è un nastro, girato da uno dei protagonisti durante l'attacco del mostro, e ritrovato dalle autorità. La scelta non è totalmente infelice, e nonostante la camera a mano abbia i suoi effetti collaterali dopo una lunga visione, riesce a creare quel punto di vista unico e parziale necessario allo sviluppo dell'idea di base. Ansietà e frenesia non mancano mai, nonostante i colpi di scena siano perlopiù scontati.

Il difetto più evidente è senza alcun dubbio la sceneggiatura, spesso debole e forzata. La pretesa di realismo è del tutto disattesa da alcune soluzioni in fase di scrittura, così come scialbi e prevedibili sono i richiami e le citazioni. Un frullato di Blair Witch Project, Silent Hill con una spruzzata di macabri (ma non per questo fuori luogo) rimandi alla tragedia dell' 11 Settembre, con tanto di nuvole di polvere e cittadini evacuati. Più azzeccata invece la citazione de Il Pianeta delle Scimmie, con la testa della Statua della Libertà in fiamme, quale ultimo baluardo infranto di una città perduta.

Il finale è invece l'ultima astuta mossa pubblicitaria. Il film termina così come era inziato, ossia avvolto in una coltre di dubbi e incertezze. Le notizie circolate negli ultimi giorni inoltre hanno confermato la mia prima sensazione all'uscita della sala, ossia che questo Cloverfield, per struttura e narrazione non sia che una parentesi tra due capitoli, un'accoppiata prequel-sequel che dovrebbero vedere la luce prossimamente.

Staremo a vedere. In definitiva il prodotto mi ha lasciato deluso e perplesso. Un progetto di grandissime potenzialità che si sbrodola strada facendo, con qualche errore evitabile di troppo.



Start > Opzioni > Ricomincia a Scrivere.

Sì, lo so, il posto è un po' in rovina, per cui dopo essermi lasciato alle spalle qualche esame sono tornato a dare una spolverata. Ho giocato un po' con il layout, aggiunto delle sezioni per una più facile consultazione, e messo in cantiere la prossima recensione (Cloverfield, di J.J. Abrams).

La Formica Elettrica è 2.0, ricomincia lo show.

Stay Tuned.

mercoledì 3 ottobre 2007

Planet Terror




Certo in origine il progetto era ben diverso. Negli States Deathproof di Quentin Tarantino e Planet Terror di Robert Rodriguez sono un unico film, Grindhouse, che riporta alla memoria le vecchie sale sudicie e logore in cui i B-movies si susseguivano senza soluzione di continuità. Un progetto interessante sotto il profilo estetico, una "esperienza" cinematografica che i distributori Europei ci hanno negato dividendo i due film e presentandoli separatamente. Peccato.

Detto questo, credo che inquadrare il progetto Grindhouse nel suo insieme prima di passare a Planet Terror nello specifico sia più che doveroso, se non altro perchè segna uno spartiacque netto tra i due registi. Tarantino infatti costruisce ad arte un tributo al cinema di genere, Deathproof è lucido ricordo. Il regista lo assembla con precisione, ogni scena, ogni movimento di macchina, ogni dialogo porta la sua firma. E se il risultato in ogni altro progetto sarebbe la solita perla da collezione, in questo caso, all'interno di questo schema pr
eordinato risulta essere artificioso. Tarantino non scende mai dal piedistallo, mette insieme un' ode al cinema a basso budget senza mai sporcarsi le mani. A differenza di Rodriguez, che invece sguazza piacevolmente nel guano, si rotola soddisfatto nel sangue e crea una pellicola che funziona alla perfezione.

Planet Terror è puro cinema, e di questi tempi va considerato una vera rarità. I personaggi sono irreali, pupazzi di cartapesta, burattini al servizio della storia. Il film è una citazione continua, senza sosta e senza filtro. Il senso è completament
e stravolto, piegato ai fini della narrazione, tutto è un richiamo grasso e ridondante al Gore/Splatter/Blaxploitation tanto caro ai due registi. Un'orgia di sangue, tanto per usare un luogo comune, purulenta e senza limite. Rodriguez meglio di Tarantino quindi, almeno stavolta, almeno per la volontà di rappresentare un cinema ormai scomparso. Anche nella colonna sonora, composta dallo stesso Rodriguez, si respirano atmosfere dimenticate.

Una sola avvertenza: il film non è per tutti, così come non lo era il cinema Gore/Splatter dei tempi d'oro. Nessuno sconto, quindi, preparatevi ad un'impatto visivo ai limiti della sopportazione, o abbandonerete la sala a metà proiezione.

Chiudo questo post con una piccola critica. Nella versione Americana, tra i due film erano presenti alcuni finti trailer decisamente interessanti, in linea con il concetto di Grindhouse, che purtroppo nelle due versioni italiane sono andati quasi completamente perduti. Soltanto uno è finito sui nostri schermi, ossia Machete, girato dallo stesso Rodriguez. Sperando di poterceli gustare almeno in DVD, vi linko i trailer su Youtube, per chi avesse voglia di dare una sbirciata.

Machete

Thanksgiving

Werewolf Women of the S.S.

Don't



Saludos.

lunedì 30 luglio 2007

Senza Titolo


[Premessa: nonostante l'argomento serio che imporrebbe una certa pseudo-professionalità, questo post è ORRENDO. La prima stesura era perfetta, ma è andata perduta. E' lunedì e questo è tutto quello che sono riuscito a riassemblare prima di stancarmi eccessivamente. Prendetevela con mio fratello e il suo ufficio di burloni- NdGianca.]

Poche righe concesse alla divagazione oggi. Neanche il tempo di ricercare un titolo accattivante/aderente/brillante. La notte scorsa, all'età di 89 anni è morto Ingmar Bergman. Niente chiacchiere e soprattutto nessun requiem.

Artista geniale [...] regista di grande spessore [...] teoreta del minimalismo epico [...]

Qualsiasi idiota con l'aiuto di Google e Wikipedia riuscirebbe a tirar su dal nulla un articolo del genere, tanto più che la rete sarà ormai satura di articoli del genere. Quindi, se volete far bella figura con le vostre galline durante l'aperitivo di stasera fate un favore a me e a voi stessi, sul vostro browser (che spero per voi sia Firefox) c'è sicuramente un tasto "Pagina iniziale". Premetelo. Spero (sempre per voi) che la vostra pagina iniziale sia Google. Bene, fatevi una bella ricerca e in bocca al lupo per stasera.

Dopotutto, mi basterebbe elencare la filmografia completa per dare un senso a questo intervento. Parlerebbe da sola, e io faticherei molto meno a trovare le parole. E la cosa più importante che questa semplice lista avrebbe da dire non sono certo i titoli. Le date piuttosto, che rendono così palese ai miei occhi come questo regista per tutta la vita abbia lanciato in aria delle ossa che non sono (quasi) mai diventate astronavi [e se non capite la citazione, peggio per voi]. Pazienza. Sull'arca non c'è posto per tutti. Non c'è mai stato, dopo tutto.

Per il resto, tutto quello che posso consigliarvi è di sperimentare, se non lo avete ancora fatto, il cinema di questo regista (credetemi, da stanotte ne avrete l'occasione, i palinsesti notturni ci sommergeranno forse di film, se tutto va bene, sicuramente di litanie commoventi ed infiniti elogi d'occasione). Vi sorprenderà, essendo molto meno elitario di quanto una certa cerchia di intellettuali voglia far credere. E'...sottile, direi. E perverso, in un certo senso(ma in quello in cui spera la maggior parte di voi). Ogni film è indagato e indagatore, e ti stringe gli occhi (e non il cuore, tanto per non fare paragoni) nel tentativo di elaborare delle risposte che spesso (almeno per me) nemmeno esistono. Ingmar Bergman è un uomo che si è addentrato in un labirinto non per cercarne l'uscita, ma semplicemente per disegnarne una mappa completa.